martedì 24 novembre 2009

Stepping by

Ventiquattro scalini, ventiquattro scalini di granito grigio.
Uno, due, tre....
Ventiquattro sono gli anni, venti e quattro sono gli anni dei piedi freddi che calpesteranno quei venti e quattro scalini...
Ho appoggiato un bicchierino alla sinistra di ogni scalino, l'ho fatto perché ad ogni scalino va dedicato un brindisi, e quindi ad ogni passo io dedicherò un sorso di vino.
Chissà se arriverò in cima, eppure sono arrivata sin qui, non sono ancora sicura di esserci arrivata in salita a questo giorno e non so se adesso rotolerò giù.
Come sarebbe bello rotolare, ma come sarebbe brutta la discesa. Così frettoloso quel rotolare, mi creerebbe un peso di ossa doloranti e di lividi catramosi per i colpi delle sull'asfalto. No! Preferisco le salite alle discese. Sono davanti a questi venti e quattro scalini e mi chiedo se sia meglio salire o scendere, se sia meglio scalare o rotolare e mi chiedo ”24 perché non 25? perché non 26 o 27? perché proprio 24? e perché gli ho contati proprio oggi quegli scalini?"
Non ci posso credere che anche oggi non ci saranno risposte alle mie domande, non c'è futuro nelle nostre orecchie ma solo passato, ho ascoltato decine di volte vecchie canzoni e ho guardato decine di volte vecchi film e ho guardato vecchie foto e rivisto vecchi amici e ho bevuto grappe invecchiate e ho amato i miei vecchi nonni e ho pianto. Mai una volta che c'entri questo maledetto futuro!! Eppure quante cose facciamo per lui. Ho scoperto che odiamo noi stessi, non ci piace mai questo momento e nemmeno quello di pochi minuti fa e nemmeno quello di ieri. A noi piace inventarcela la vita, ecco cos'è il libero arbitrio, è la libertà di poter ricordare quello che vogliamo, così potremo morire con tante belle fotografie finte e ritoccate con colori diversi. Quando sentiremo un odore, una canzone, vedremo un volto, sentiremo una risata e assaggeremo un vino per noi saranno uguali a quelli dei nostri ricordi, ma non è vero. Saranno solo più belli di quelli veri. Anche disprezzandolo, è il presente che ci consentirà quel bel ricordo di un falso ricordo.
“Quando... sei qui con me... questa stanza non ha più pareti.... ma alberi,...... alberi infiniti, e.... se tu.... sei vicino a me,....... questo soffitto viola..... non esiste più...... e vedo il cielo sopra noi”.............. Non c'è mai stato il cielo viola e gli alberi e l'infinito e chi ha scritto queste parole non le ha vissute, le ha solo ricordate come voleva.
Abbiamo realizzato decine di desideri, perché la vita di ieri è più bella di quella di oggi
Primo scalino, bevo, Ah! Bicchierino su, bicchierino giù! Non so quale sia il primo ricordo, non credo che esista, però ho deciso che il mio primo ricordo si chiamerà Cornetto Algida.
Avevo i capelli biondissimi ed ero piccola, così piccola che la lunghezza delle mie gambe era pari alla larghezza del sedile del divano, e avevo delle minuscole scarpette nere da bambola e forse un cerchietto nei capelli. Ricordo solo una mano bellissima, ruvida e grande, forse più grande del mio viso . Ricordo una televisione enorme con i lati in finto legno e una pubblicità del cornetto algida alla panna. Probabilmente, un attimo prima dello spot, eravamo tutti seduti a guardare un super varietà tutto colorato, con le prime soubrette, Corrado o Renzo Arbore. Quando la pubblicità stava per finire, quella bellissima mano ruvida tirava fuori dalla televisione il cornetto alla panna. Che bel gesto, che magico regalo, non riesco a ricordare se fossi veramente convinta che quel gelato uscisse dal televisore, ma a me bastava il regalo, a me bastava mio nonno. Primo ricordo: un vecchio televisore, un gelato e un bellissimo uomo dalle mani ruvide.
Salgo di poco, altro bicchierino e di nuovo su e giù e cado in una nuvola di borotalco, in una stanza piena di armadi e di scarpe e di valige. Mi ricordo inginocchiata alla fine di un letto dal quale spuntavano due enormi piedi bianchi impolverati da chili di borotalco. Costringevo mia nonna a lunghe sedute di massaggi ai piedi, mentre parlavo da sola e borbottavo chissà quale formula magica per lisciare la pelle ed eliminare quella brutta e inventata malattia. Crema, borotalco, spugne, spazzole, credo di aver avuto la migliore delle bambole da pettinare e coccolare, e forse qualche volta da morsicare, ma per questo mia nonna mi ha già perdonato.
Arrivo a tre, che bel numero il tre..... 3 ricordi, chissà quanti anni hanno diviso quei ricordi, devo scegliere accuratamente il mio terzo momento fondamentale, ma prima bevo perché due sorsi di vino non sono niente. Il fruttolo, il the chiaro al limone con i biscotti e i cioccolatini nascosti nella credenza. Foto antichissime, persone sconosciute in cornici di plastica e argento e una vecchia signora che non ho mai capito. Avevamo 72 anni di differenza, non potevamo parlare e nemmeno ascoltarci ma in un modo o nell'altro ti meriti il numero 3 perché sarai sempre la donna del 1916 che di me non sapeva nulla e nemmeno avrebbe potuto immaginare la mia nascita, e chissà se un giorno ci assomiglieremo e io riuscirò a catalogare tutti i tuoi-miei ricordi.
4, 5, 6, 7, 8, 9. 10.......
Ho già bevuto dieci bicchieri di vino, e ho parlato da sola su ogni gradino e adesso ho paura di cadere per la rampa.
10, decimo bicchiere, yuhuuuuuuu!!!! Non sono ubriaca, sto bene. 10 è un anno cruciale e questo gradino si meriterebbe due bicchieri, infatti lo ruberò all'undici, tanto lui non se ne fa nulla.
Dieci lunghi anni e nessun saluto. Ho rifiutato di salutare mio padre all'aeroporto, non l'ho salutato nemmeno prima che lui andasse all'aeroporto e otto anni dopo in un paese completamente diverso l'ho dovuto salutare non per partire ma per arrivare. Decimo ricordo è il saluto perso, è il padre che non avrai mai; è che anche volendo averne un ricordo, è che anche con il libero arbitrio, è difficile immaginare qualcosa che non c'è, che non c'è mai stato. Sappiamo tutti come sono le madri ma i padri proprio non li conosce nessuno, tutti parlano delle madri e quindi io non mi preoccupo, perché questo sorso l'ho dedico al telefono, felice amico, collante di famiglie disperse.
11,12,13,14,15,....
13.i baci, 15 gli amici, 17. fare l'amore 19. diventare grandi
20.Ancora ciao, di dieci in dieci si va, e quante cose avrei potuto dire, e quanti natali e quante migliaia di centinaia di parole per ogni pezzo di granito, e quanti centimetri di anima, quanti millimetri di nostalgie. Ancora un ciao anzi un addio per sempre, forse un amico, forse un padre ma probabilmente nessuno. Rimarrà solo un lungo ricordo, di cui non sapranno nulla i miei figli e nemmeno le persone che mi conosceranno, e chi può saperlo, forse non ci sarà neanche bisogno di tacere il passato se nessuno arriverà ad ascoltare. Il venti abbraccia il dieci, la morte arriva con tante forme, spesso moriamo in un'altra vita ma non nella nostra, e nella vita della persona in cui siamo morti non potremo mai più essere ricordati. Nessuno può portare fiori ai ricordi.
E così arrivano gli altri numeri, ma proprio alla fine del ventunesimo bicchiere cado... e cado.. e cado.. e cado... e rotolo sulla panna e mi gira la testa, sbatto il naso sul granito, perdo sangue dalla fronte, mi bagno di thé chiaro al limone, cado, giù.. sono al diciassettesimo gradino... mi gira la testa e i bicchieri di vetro si frantumano sulle mie spalle e rotolo e vedo ancora le scale e sento il profumo del fruttolo e continuo a scendere e i miei capelli sono bianchi di borotalco e anche le mie mani sono bianche e non riesco ad afferrare niente per fermarmi ma rotolare è bello sembra di volare e sento il vino tintinnare sulla strada e alla fine... alla fine... alle fine atterro sul divano.
È così grande il mondo e sono così piccoli i miei piedi e le mie scarpe e sono così grandi le pareti …. e adesso mio nonno mi regalerà un gelato, è la televisione che glielo regala......anzi, nonno lo prende proprio dalla pubblicità.

martedì 17 novembre 2009

Enur, guerriero ginepro

Lungo la costa bianca dell'isola verde nacque Enur, la madre lo partorì raccolta sotto un ginepro mentre stringeva fra le mani le bacche nere di ilatro, raccolte per profumarsi le mani durante il suo ritorno al villaggio.
Enur non nacque sotto lo spirito del Narak, il luogo sacro sotto cui le donne dei villaggi venivano protette durante il loro travaglio, ma nacque bagnato dalla salsedine del mare di Gall.
I capelli neri di ilatro di Enur, profumarono per tutta la vita di ginepro e tutti gli abitanti della provincia di Gall credettero che il bambino Enur fosse nato dalla terra sabbiosa ,spinto verso la luce dalle radici dell'albero; Enur non era di questo mondo.
Il bambino albero crebbe in salute con il latte fresco delle capre e i frutti salati del mare, visse felice saltando tra le pietre di granito e le capanne del suo villaggio ma sapeva di non appartenere a quelle terre.
Durante l'equinozio dell'inizio dell'anno , il colore dei capelli di Enur cambiava e durante il solstizio i suoi capelli cadevano uno ad uno per poi ricrescere lentamente nell'equinozio successivo, quando ogni essere ritornava alla luce e ogni valle fioriva.
Non c'era pianta che non crescesse se Enur gli si sedeva accanto o albero che non producesse frutti se Enur vi correva attorno.
Tutto il popolo della provincia sentì presto parlare del prodigioso bambino e ogni villaggio ospitò Enur nel proprio Narak, tutte le sacerdotesse giacettero con lui e ad ogni equinozio bruciarono i suoi capelli per cospargere con quelle ceneri i campi da coltivare.
Per lunghi anni Gall visse rigogliosa sempre verde e sempre ricca, i campi furono sempre fertili, la selvaggina si triplicò e il grano crebbe alto, l'uva per anni fu tra le più dolci e pesanti dell'isola e i boschi crebbero così tanto che si temette che il mare venisse risucchiato.
Enur divenne presto un uomo e un ottimo guerriero e le sue furono le battaglie più vittoriose per il popolo di Gall, viaggiò per mare, per altre isole e altre coste e non sofferse mai l'ira del vento e l'acida salsedine così come il tronco del ginepro sempre curvo non si spezza mai.
Gli anni per l'isola verde e la provincia di Gall passarono e quel mondo cambiò in fretta, arrivarono strani Dei nuovi che si mischiarono amandosi tra loro all'interno del Narak e presero nuove forme e nuovi nomi e il popolo da cui Enur era nato lentamente cambiò. I suoi amici, diventati vecchi, vennero divorati dal dio del sole e mentre la sua gente moriva e rinasceva, Enur non invecchiava mai
I suoi capelli continuarono ad apparire e scomparire come le stagioni e gli alberi continuarono a rifiorire al suo passaggio, ma più gli anni passavano più Enur rimaneva solo perché i discendenti della sua gente non lo amavano più.
Enur non sapeva quanti equinozi fossero trascorsi dalla sua nascita ma sapeva che la sua terra era stata conquistata e che i guerrieri di Gall avevano abbandonato i loro scudi rotondi e avevano smesso di invocare la luna e di dormire nel Narak.
Nessuno osava più avvicinarsi al demone, al figlio del demonio, all'uomo albero, tutti avevano scordato gli anni più verdi e abbondanti dell'isola e preferivano il loro unico dio e la fame al demonio e ai campi fertili. Una notte i capi dei villaggi di Gall si riunirono per decidere la sorte del demonio immortale, si recarono insieme nella capanna di Enur, i dieci guerrieri implorarono Javè di aiutarli e con lance e spade trafissero Enur, gli tagliarono i piedi, le gambe, le braccia e le mani.
I dieci capi convocarono tutte le tribù nella piana di Sikkaru e li il demonio Enur venne bruciato, in un fuoco che durò 4 notti e 5 giorni. Tutti i villaggi di Gall festeggiarono ballando e bevendo e quando il fuoco si spense presero le ceneri e le seppellirono con la stessa terra sabbiosa sulla quale era nato Enur.
Passarono sette lune, e durante una mattina fresca di maggio, dalle ceneri di Enur nacque un ginepro che orientato verso il mare e piegato sulla terra, vive ancora. Qualcuno dice che gli alberi che gli crescono intorno siano i più resistenti, e che durante il solstizio di primavera le sue foglie si trasformino in lunghi capelli neri dall'intenso profumo di ginepro e che un giorno ogni ginepro tornerà ad essere un guerriero Narak.

lunedì 16 novembre 2009

DALLALTRAPARTE

Dallaltraparte non hanno le arance, non le hanno e basta, non potranno mai immaginare quel tavolo americano di truciolato, sul quale ogni mattino, e forse a volte il pomeriggio se la serata precedente è finita alle 11:00, si poggiano gomiti bianchicci e rugosi , indolenziti dal peso della notte.
Non potranno mai immaginare quella colazione con i cereal bowls affianco alla tanica del latte freddo ,trasudante goccioline d'acqua. Dallaltraparte non sanno cosa sia l'arancione e non hanno mai visto un carnevale di Viareggio, festeggiato a botte di vitamina C sulle costole.
Non hanno e non avranno mai i raccoglitori di arance extra comunitari e non avranno mai più spose che profumano di Minute Maid.
Dallaltraparte non esistono fotografie, è molto chiaro, non potranno mai fotografare arance .
Non hanno mai avuto le cartoline antiche, mai hanno visto nella loro esistenza i ritratti ingialliti degli antenati in bianco e nero. Non hanno la kodak e le sue pubblicità con John Lennon, non hanno la canon, la nikon. Non hanno mai riso guardando una polaroid e non sono mai andati in gita con una macchina usa e getta, e non si sono mai spazientiti nel girare la rotellina per scattare l'ennesima foto al compagno chiamato per cognome. Mi fa ridere, non vedranno a distanza di dieci anni com'erano i loro capelli e avranno vuoti di memoria e non potranno mai essere nostalgici.
Non hanno nemmeno i porta ritratti d'argento, di legno, di ceramica, di plastica.... non hanno nonne con i mobili dell'ingresso pieni di ritratti.
Dallaltraparte non hanno mai freddo, ciò significa che hanno inverni ma i loro inverni non sono freddi sono solo scuri ma non freddi, quando fuori c'è vento, piove ed è tutto grigio, non pensano mica a farsi un ciobar. . Il loro gennaio è ricco di venti forti e freddi ma per loro non c'è problema. Dallaltraparte non ci sono la lana, il cappotto, i termosifoni, le sciarpe, i guanti, i cappelli, le pellicce, le coperte, i piumoni e i piumini. Non hanno mai le mani fredde, non mettono mai due paia di calze e non hanno mai scaldato castagne sul camino. Non sanno cosa siano i brividi e non se ne fanno niente dei ghiaccioli.
Non credo che abbiano il gelato e meno che meno quello all'arancia.
Gli abitanti di Dallaltraparte non hanno mai imparato a creare oggetti dal legno, hanno tutti gli strumenti che abbiamo noi e anche gli stessi mobili ma non sono di legno. HANNO inventato durante la loro infanzia conoscitiva un altro materiale e con quello danno forma al loro mondo, mentre gli alberi continuano a crescere, però nessuno li abbraccia perché tanto stanno bene.
Dallaltraparte non hanno nè il caffè nè il cacao, non sfruttano perciò migliaia di chilometri di territori sottosviluppati per produrli a basso costo, non hanno centinaia di multinazionali e la cioccolata equa e solidale venduta in una caffetteria letteraria.
No hanno lavoratori schizofrenici :-“sono otto brzzzzzzz ottocaffèalgiorno piacere sono otto aha ha ha otto otto otto otto caffè otto. “ e bambini grassi con le dita sporche di cioccolato.
Dallaltraparte non si producono e consumano migliaia di merendine, di biscotti, di torte, di creme, di gelati, di mousse, di crepe perché non c'è, non c'è, non c'è questo stramaledetto cioccolato.
Sono le sette e mezza, è un quarto d'ora che suona la sveglia e una tipa morta qualche anno fa continua a cantarmi “Me han preguntádico varias persónicas
Si peligrósicas para las másicas
Son las canciónicas agitadóricas”
Mi alzo allora, la zittisco, mi sforzo, apro gli occhi e mi metto seduta sul letto e ho proprio paura di alzarmi. C'è veramente freddo, cerco la vestaglia, inciampo sulla ciabatta e batto il ginocchio contro il comodino di legno di mia nonna e cadono tutte le cornici d'argento delle comunioni dei nipoti.
Finalmente ho la vestaglia di panno e con le mani e il naso congelati vado in cucina, metto nel forno a microonde la tazzina di caffè avanzato dal giorno prima, sto in piedi attaccata al termosifone e mi sto ustionando le ginocchia però ho freddo. Mangio senza nemmeno vederla. una merendina al cioccolato del discount prima di bere il caffè vecchio 48 ore.
Non ho più tempo per rimanere attaccata al termosifone con il pigiama di pile, devo andare a lavarmi, bevo un sorso di succo d'arancia per sciacquarmi la bocca dal caffè e parto, tra un po' saranno le otto. Chissà dallaltraparte che ore sono...