domenica 29 gennaio 2012

Stracca

Tribbuligghjia trippichigghja trema

chistu cori di cara in chimera

straccu d'esse strintu da stragnu

s'è fiaccatu comu fiori illu fangu.






Kaitlyn Maring

venerdì 27 gennaio 2012

Jaseppa


Jaseppa Maria portava lunghi capelli neri intrecciati sulla schiena e questi erano il suo unico diritto, perché all'infanzia e alla vita dovette presto rinunciare.
Era nata in una piccola casetta di pietra grezza, in un paese di strade polverose, di orti e di vigneti ed era nata da una “donnona” alta e bionda che con le sue mani ruvide e contadine aveva accolto al mondo undici figli.
Le giornate si riflettevano nei vetri sottili della loro casetta, le figlie più grandi accudivano i fratelli più piccoli e chi a otto anni era già in età da lavoro veniva portato a giocare con la terra, a veder crescere le piante, ad aiutare nel raccolto, ad imparare il mestiere.
Le lancette del tempo passavano, sui profumi dei pomodori ricoperti di terra, sugli scarti del raccolto incollati alle suole di cartone dei contadini, sui solchi fangosi dei volti alla sera, sul pezzo di polenta diviso all'imbrunire.
Jaseppa Maria cantava e intrecciava i capelli alle sorelle, cantava e rammendava, cantava e accudiva i più piccoli, cantava e sorrideva, cantava e cresceva.
Solo alla sera la mamma avvertiva: “- Bambini, zitti zitti sta tornando vostro padre” e Jaseppa si zittiva con le creature accanto, per sentir, nell'attraversare l'uscio, quei passi lenti sorreggersi sulle parole storte e ubriache del padre. E Francischeddhu così rientrava a casa, e come bronzo ossidato dalla terra si adagiava come un'isola galleggiante in quel mare di bambini; era un uomo buono mandato orfano a sei anni a tener le mandrie, al quale in cambio del seno materno venne data la borraccia di vernaccia. Crebbe come uomo dedito al lavoro e al bere e divenne padre e bevitore e morì vecchio, tra un soffio di Launeddas e l'ennesimo bicchiere.
Il profumo del mosto padroneggiava tra le vie, le raccolte si facevano pesanti e arrivata la cena, la casetta di Antonia e Francischeddhu si riempiva di giovani e bambini, di lavoratori promessi al pane e al vino prima del giochi di carte della notte. In questo via vai di di vita quotidiana, lo sguardo dei giovanotti si adagiava su Jaseppa, sui suoi capelli neri e spessi, sui suoi occhi allungati e fenici, sulle sue braccia lunghe e sottili con le quali spesso nascondeva i suoi nuovi seni incerti.
Un pomeriggio di settembre, per la prima volta ,Jaseppa si fece accarezzare e a tredici anni, ancora bambina, giocò ad esser donna; si lasciò andare ad un ragazzo più grande che con occhi azzurri la convinse a farsi amare sotto i movimenti sicuri del suo corpo.
Luigi, era un ragazzo alto e rossiccio figlio di pescatori e contrabbandieri, amico di Francischeddhu per carte e bevute; si presentava nella loro casa e ammirava la figlia, la desiderava nell'ascoltare il suo canto per i fratellini e attendeva che sua moglie, morente di tubercolosi, ultimasse la sua pena per sposarsi con la bella figlia di Francischeddhu.
Jaseppa si lasciò amare a tredici anni, bambina rimase incinta prima ancora di esser donna. Partorì minuta, in una serata invernale tra le stesse lenzuola umide nelle quali poco più di dieci anni prima erano nati lei e i suoi fratelli. Si contorse con il suo corpo ancora immaturo e mentre la sua naturale sofferenza le avrebbe portato una nuova vita tra le braccia, dall'altro lato del paese in un'altra casetta scalcinata, giaceva sottile e bianca la prima moglie di Luigi. Nel letto aspettava malata il ritorno del marito divenuto padre in un'altra famiglia, nella desiderosa attesa di rivederlo solcar il portone, lo malediceva ridente, lo malediceva nel battere della malattia contro il suo petto e man mano che le febbri le levigavano il viso sorrideva e malediva l'altra sposa bambina. Finché dalla chiesa del paese non risuonò il tocco finale della morte seguito dalle campane in festa dello sposalizio.
Jaseppa continuò ad essere amata nella carne, sotto la camicia da notte sottile di cotone, in una casetta in pietra grezza come quella natia, con un grande letto in ferro battuto, poche stoviglie di corredo e la solita treccia scura sulle spalle. E in quell'umile dimensione imparò ad esser donna come la madre: la vita era un susseguirsi di raccolti, di miseri pasti, di lenzuola lavate al fiume, di creature da crescere. A vent'anni Jaseppa era madre di cinque figli, i maschietti rossicci e arroganti andavano per mare con il padre e le bambine grandi si prendevano cura delle piccole.

Jaseppa divenne madre nove volte e i suoi occhi fenici smisero di navigare e il suo canto si smarrì nelle notti infinite sotto il respiro affannoso e ubriaco del marito. Non c'era più il tempo nemmeno per esser genitori, si poteva solo lavorare per poter sfamare quelle vite e ogni bambino nasceva genitore del fratellino successivo e nessuna carezza poteva essere pretesa.
Marieddha, la figlia più grande cresceva come Jaseppa, cantava e rammendava, cantava e intrecciava i capelli alle sorelle, cantava e accudiva i fratelli più piccoli, cantava cresceva e sorrideva. Alla sera anche lei ubbidiva al silenzio imposto dalla madre, Luigi rientrava ubriaco dalle partite a carte, e stretta ai fratellini temeva il respiro affannoso del padre, le sue parole malvagie, il suo sguardo azzurro arrossato dal vino.
Jaseppa a tredici anni era diventata donna dando la vita a Marieddha e tredici anni dopo anche Marieddha divenne donna, lasciando per sempre la sua infanzia nella tosse nera della madre.
Nella tubercolosi che decimava quel paesino di vigneti, si spense un giorno Jaseppa, distesa con i suoi zigomi alti e fieri dentro il vestito lungo della domenica, con la sua treccia sbiancata sulle spalle.
Marieddha vestì tutti i fratellini e le sorelline, li pettinò , gli pulì il visto, prese tra le braccia la sorellina più piccola di sei mesi e tutti in processione, uno dietro l'altro, accompagnarono la madre, incoscienti quel giorno, di dover dire addio anche al padre il quale non avrebbe mai più ripercorso il tragitto verso casa. Luigi, abbandonò quelle nove creature nell'ingenua libertà del giocare ad esser grandi.
E questi ometti e queste donnine divennero adulti sulle loro coste burrascose, negli orti sudati di lavoro, nei giochi di carte, nei bicchieri di vino e negli amori nascosti dall'omertà paesana. Quando la vecchiaia arrivò e le loro vite finirono nel calore e nell'affetto delle loro case e dei loro cari, Jaseppa ritornò da ognuno dei suoi nove figli e con la sua treccia nera, i suoi occhi fenici, i suoi zigomi marcati, regalò ad ognuno di loro il suo canto con la sua voce ritornata bambina.

Kaitlyn  Maring

sabato 21 gennaio 2012

Pulizie: OHMMM

Ci sono delle giornate delle nostre lunghe settimane che inevitabilmente o per fortuna passiamo a casa; spesso queste giornate domestiche le affrontiamo con scopa, paletta e spray antipolvere perchè abbiamo passato gran parte del nostro tempo a consumarci per un lavoro, che non ci permette il lusso di un servizio di pulizie a domicilio.

Capita che in queste letargiche giornate di ozio ci si svegli alle 10:00 e non alle 6:00 del mattino, per restaurare da mezzogiorno alle sei del pomeriggio, quel che rimaneva della nostra casa, prima che ci passasse quel tornado di esaurimento nervoso, che ti fa chiedere "Ma come si fa a ridurre tutto così?"

Ci si munisce di guanti, scopa elettrica (perché ormai quella normale serve soltanto a togliere le ragnatele dal soffitto), sgrassatore universale, panni cattura polvere e una pinza gigante per tenere i capelli in posizione di attacco.

Passiamo i primi minuti a rimettere i giornali in pila, a raccogliere i vestiti lasciati per terra nell'angolo del bagno, a recuperare le tazzine con l'alone di caffé che ti ritrovi anche nel bordo della vasca, a ripiegare i vestiti che inspiegabilmente il tuo armadio ha vomitato in una palla informe sul tuo letto. Vaghi da una stanza all'altra e cerchi il panno in pelle di daino, e quando lo trovi, non ricordi dove avevi appoggiato il vetril mentre cercavi il panno, e allora vaghi per il salotto girando su te stessa e ripeti: "ma dov'é? non è possibile, ce l'avevo qui!, ricordo di averlo preso!"; gira che ti gira passano dieci minuti e alla fine:“ECCOLO!” era caduto tra il divano e la parete vicino al vaso blu che guarda caso, ha la stessa tonalità dello spray.

Nonostanze le abilità militari del vetril, continui nell'impresa e ti aiutano anche i Queen con quel "another one bites the dust" a farti sentire meglio, anche se hai gia affrontato il quinto starnuto per i peli del cane o del gatto o del coniglio domestico che è forse un pò gatto o un pò cane o comunque avete capito: non importa di chi sia ma sempre di pelo si tratta. In tutto questo via vai, succede più volte di passare di fronte a quello specchio del corridoio che come una persona attende il tuo passaggio; le prime volte passi veloce e dai un'occhiata al fondoschiena per vedere se è sempre lassù, poi dai un'occhiatina per vedere se anche in tenuta da sommossa casalinga sei sexy. Al decimo passaggio dopo aver constatato che la tua femminilità rimane intatta nonostante tutto, bhe.. non puoi far altro che passarci davanti e sorridere e magari fargli una smorfia. Naturalmente non ci deve essere nessuno a casa, perchè queste forme di pazzia si devono sprigionare solo nei momenti di completa solitudine; allora passi davanti e gli fai "gne gne gne" poi passi un'altra volta e gli dici "miao" e un'altra volta fai la faccia dello zombi e quella dopo fai la scimmia e poi la strega e poi Fantozzi.Insomma ogni volta che ci passi davanti devi esternare te stessa, devi comunicare con quella parte di te che ha bisogno di una conferma, di un feedback, ti assicuri di esserci, di essere consapevole, di sapere di essere proprio tu quella che si specchia. Ci facciamo le smorfie perché spesso non abbiamo il coraggio di guardarci e di vederci così come ci vedono gli altri per tutta la vita e non riusciamo a sostenere lo sguardo per piu di due secondi con il nostro io,quella parte remota della nostra figura.

Tra tutti questi viaggi su polvere e aspirapolvere e prodotti chimici in qualche modo fluttuiamo nei nostri pensieri ed è forse uno dei pochi momenti in cui pensiamo veramente.

Rifletto e penso di aver avuto sempre il grande difetto di esternare troppo le miei emozioni e i miei pensieri; il male non è farlo quando ci sta antipatico qualcuno, perchè li non riesco a dire: "Hey tu, sei proprio un'antipatica stronza!" No, il problema è farlo quando ti interessa qualcuno, quando provi simpatia, quando vuoi che qualcuno ti apprezzi, quando vuoi ottenere la stima di qualcuno che stimi...la fragatura e la sofferenza stanno proprio in questo.. allora maledici l'importanza che hai riservato per qualcuno, le confidenze che hai fatto ad un altro, la compassione che hai espresso per quello e la fiducia che hai riposto in quest'altro. Ciò che ha rovinato tutto è sempre stata la buona fede, la fede nel ritenere che una persona essendo meritevole della tua simpatia dovesse necessariamente essere una persona giusta. E INVECE NO! non è così, perchè non è vero che ci circondiamo di persone che sono migliori per noi in verità siamo circondati da chi capita e spesso capita di dover fare un sorriso in più a chi ti ritrovi intorno.

Mentre mi intossico di varecchina inginocchiata sul battiscopa, continuo a pensare a tutto quello che vorrei fare e soprattutto a quello che non ho saputo fare: "Eh se avessi passato quei mesi a pensare alle cose importanti, a quest'ora!!! ... eh se avessi fatto così e non come hai fatto... eh.. mah cosa ti sarà venuto in mente quel giorno!!... ah se mi fossi impegnata di più... ah se avessi lasciato perdere.." È tutto un ah! e un mah! e un seh! e un perché? Forse è solo la varecchina...

Passo a riordinare i libri e dico: "Ma chi cavolo me lo ha regalato quello? ah.. e quest'altro libro? è stato un compagno nell'adolescenza... e questo dal titolo Sex after 60? apri e non c'é scritto niente, è in bianco!”.

Sistemo i cassetti e mi vien da pensare a tutte le cose che non ho sistemato e sono tre ore che pulisco, mi accovaccio di fronte al reparto delle mutande e piega che ti piega prendo atto dei miei doveri e rivedo gli obbiettivi che voglio raggiungere; mi viene una botta di energia, e mi entusiasmo, e dico ad alta voce: " DAI CE LA PUOI FARE!" a raggiungere quel traguardo, quell'obiettivo, potrai realizzare quel progetto. Ma l'entusiasmo svanisce e vedi tutto ciò che devi ancora riassettare, sia dentro che fuori te stessa.

Arriva la fine della serata e hai passato in rassegna ogni stanza, ogni compartimento, ogni armadio, ogni cassetto, hai eliminato la polvere, pulito le piastrelle, lavato i panni, schiarito i vetri e alla fine hai sistemato tutto. Non hai smesso un attimo di muoverti ma sei stata stabilmente fissa su quell'unica importante idea: TE STESSA; e l'hai guardata e sbeffeggiata nello specchio e l'hai rimproverata per gli errori e le mancanze e l'hai consolata per l'ingenuità e l'hai rinvigorita nelle speranze. Saresti potuta sopravvivere nella polvere e nei germi del tuo appartamento, ma quanto avresti potuto convivere con quelli dentro te stessa?

Pulire e rammendare è una questione di grande civiltà interiore. OHMMMMM...

Ma palchì nu torri

Ma palchì nu torri?

Ti sei ammacatu comu la luci illa notti?

Sei fugghjtu comu la luna da lu soli?



Lu entu ha moltu li fiori

e la tarra piegni li to mani



Dugna guttigghju di boci,

c'agghju pelsu chjamenditi,

ha impinatu lu me cori



e l'ha impinatu di l'alenu di la to assenza...



e una dì...

m'agattarai ancora fiddhola

e mai angena



e una dì...

eu saragghju ancora steddha

e tu babbu.

Prichéra pa la terra

Mi n'ammentu chidd'occhj beddhi chi figghjulaìani lu mundu e cantu è beddha la vita da l'occhj di li steddhi:

brincaìami comu capri annanta a li monti, ridìami comu maccioni e currìami comu leppari...

Drummiti illi macchjoni intindìami l'alenu di li spiriti tra lu profumu di la chessa e chiddu di la multa, com'era beddu pissassinni la matina cu la bagnagghja illi capiddhi e fà l'amori come salpi in mezzu a l'ea.

Curriami la molti in dugna risa e annanta a li tanchi piddaiami lu bolu baddendi.

Palti di chista vita sinn'é andata e s'ha pultato infattu tanti minnanni, tanti parauli e tanti trabaddi ma alumancu chista terra c'è filmata e l'emu a tinì bé ogghj fatta a omini e dumani fatti a spiriti.

Fochi e Vita

Pessatinni e veni chici accultu, accultu

a chistu focu d'ita chi sé drummendi.


Cumencia tuttu dall'abbruncu, cussì

comu l'amori e l'imbriziolu di li cioani.


Pianu pianu, si tulcinigghjani li frondi

comu la femina accultu a l'omu, e pianu

pianu cresci chistu focu di criaturi.


Schintiddhi e fiami alti

è lu jocu di la vita,

e passani l'anni fatti d'amori e di brei

di fiddholi e di trabaddhi


Brusgia, e si spigni chidda luci

brusgiani, e s'accendi lu bugghju

brusgiemu e si spigni lu cori.


Ma chistu è solu lu cumencio

che di fochi e d'amori e d' ita

s'innaccendini in dugna mumentu.

E abali ti ni sei andendi

...e abali ti ni sei andendi

cu chidd'anchi beddi

lu tundu pari baddendi.


!allonga, abbeddu allonga andu.

passitti lestri di tricci longhi.

cu li pedi sculzi cabaddi di petrichina!


...cori di tricu ruiu,

tinn'andi pà la mala solti,

pà la solti di li cani muturri.


!M'innandu pà la malagrazia,

m'innandu senza amori,

m'innandu ghjastimata!


...cara bedda di fiddola ammusciata

ammacati chici in chista macchja di paci

ammacati chici in chista tanca di bàsgi

Nun pignì fiddhò

Nun pignì fiddò,

pensa a cand'eri minuredda

a li pumatti magnati crudi

cu chidda bucca toia di stedda.

Pensa a l'alenu di la terra

in chidda tanca zappata cu lu sangu.


Nun pignì fiddò,

proppriu abali chi disti sta cuntenta.

....Babbu undi sei?

....e chidd'altu undè andato?

....e tu undi ti sei ammacatu?

Nun falli più chisti dummandi.


Pensa all'amori chi ti demu noi,

pensa a cantu t'ulimo bè.

tuttu lu mali chi t'ani datu

noi ti lu furriemu in bàsgi


e abali drommi steddha

chi dumani è una ciurrata bedda,

e nun ti sminticà chi l'amori

nu anda chirutu, ca ti o bhe

nun stenta a impinatti lu cori.

Lu statiali

Brinca Lu soli illa tanca

cu li steddi currendi illa macchja

In mezzu a frondi e costi di petra

l'ea passa di grazia faiddendi

abbameli, tarrabucciuli, tricu e granò

baddemu lu tundu e lu borimbobò

S'idi lu statiali falendi annanta a dui roti

a ventrica e beltula bioti

pinetili la mazza e fetilu straccà

chi pà Santu Gaini s'innà d'andà....