sabato 16 ottobre 2010

La profezia di Teth

Le terre di Gall erano ricoperte da nord a sud da immensi alberi, i boschi ricoprivano i sentieri e le sorgenti, e li correvano i cervi battendo gli zoccoli sulle pietre e lasciando cadere le foglie screziate di tramonto. Il cacciatore che si fosse trovato ad osservare la fuga dell'animale, avrebbe visto la terra umida sollevarsi come un mantello protettore della sua corsa scintillante.

Nelle verdi distese si ergevano delle piccole capanne circolari di pietra e malta, ombreggiate dal Narak, la casa della dea madre del popolo di Gall. Intorno ai villaggi spuntavano dalla terra i massi di granito grigio, come fossero braccia sollevate verso il cielo, capaci di sostenere, con la loro maestosità, la luna e il sole e di permettere alla sacerdotessa di osservare le stelle, e al guerriero di osservare l'orizzonte.

Nel mese del solstizio d'inverno il popolo di Gall si preparava per trenta lune al passaggio dalla vita alla morte,dalla luce al buio, dall'autunno all'inverno. Trenta erano le lune necessarie affinché il passaggio potesse avvenire. Sei lune permettevano alla terra di aprirsi per accogliere dentro di se e conservare per i mesi successivi la forza della dea luna, sei lune si sarebbero imprigionate nelle acque permettendo loro di crescere e purificarsi protette dalla terra,così da favorire nell'equinozio una rinascita migliore della vita. Altre sei lune avrebbero conciliato agli alberi il loro lento assopirsi e la loro ingannevole morte, beffarda delle intemperie più rigide. Sei lune ancora avrebbero celato nelle pietre i segreti della morte e della vita e li il popolo si sarebbe recato, se acqua alberi e terra non avessero seguito i comandi del cielo. Alla fine le ultime sei lune avrebbero iniziato i guerrieri al loro viaggio per mare, fino al loro ritorno nell'ultimo mese di freddo. Una notte mentre la foschia avanzava dal mare, tra la foresta, verso le case di Gall, Aran si svegliò con negli occhi ancora un sogno che impediva alla lucidità di riprendere piede nella mente. L'uomo, custode delle mandrie si sentì come riemergere da un'incubazione e sapeva che quattro vacche magre morte non avrebbero promesso niente di buono, soprattutto quando alle vacche, figlie della luna, doveva il passaggio all'inverno. Aran si coprì le spalle con il mantello di lana verde tinto nel lentisco e si coprì il capo con il cappello conico intrecciato dalla ginestra, indossò come tutti gli uomini il pugnale sul petto e osservò la luna, al cui fianco si appoggiava un stella solitaria. Aran si incamminò verso le mandrie, che aspettavano le loro offerte, con la consapevolezza che quella stella preannunciava una morte imminente ed inaspettata.

La ventiquattresima luna aveva concluso il suo ciclo e Aran osservò per il resto della notte il suo passaggio e aspettò immobile sulle pietre levigate che qualcosa accadesse. Quando il sole fu parallelo al narak, vide arrivare dalla piana verde costeggiata dal mare quattro guerrieri a cavallo. Tempo di pace era quello e nessuno nel tempo della dea lunare avrebbe indossato le vesti del Toro e della guerra. I cavalieri arrivarono cavalcando furiosamente muovendosi all'unisono sulle groppe brune mentre i loro copricapi forgiati con le corna lunghissime e bianche riflettevano la luce. I guerrieri si avvicinavano sempre più ma Aran sapeva che nell'isola non era tempo di guerra e nonostante i loro archi fossero immensi sulle loro spalle incorniciate dalle lunghe trecce nere, Aran non ebbe paura. I guerrieri arrivarono e nel villaggio già si udivano uomini correre al galoppo verso di loro. Uno dei guerrieri disse - “Veniamo dalla città di Teth, i nostrti sacerdoti parleranno attraverso di noi nel Narak, il messaggio è splendente come la stella che questa notte vi ha annunciato morte”-

Gli uomini del villaggio radunatisi intorno ai quattro condottieri al proferire delle loro parole abbassarono scudi e lance e li condussero dalla sacerdotessa. Dal tempio della dea madre le sei sacerdotesse, udito l'avvertimento di Teth cominciarono a cantare L'ukkarath, la litania funebre dei bambini. Il sole si spense e il loro canto sordo non ebbe pace, gli uomini non bevvero, ne suonarono , ne ballarono come accadeva in quei giorni di festa. Le donne continuarono a tessere nei telai ma i loro fili continuarono a spezzarsi, quasi vibrassero fino allo sfibrarsi con il cupo canto premonitore. Quando la luce riaffiorò dalle valli, i quattro guerrieri ripartirono e dal tempio un fanciullo la cui unica voce poteva mediare i messaggi del cielo fra le sacerdotesse e il popolo di Gall disse. -”Prima che il il toro venga sopraffatto dalla vacca un fanciullo perirà, egli è nelle stelle un grande guerriero . La città di Teth ci ha chiamati ad ascoltarla perché un giorno quando le nostre genti avranno dimenticato i nomi degli spiriti, degli alberi e del narak, l'isola verde verrà chiamata alla guerra e da ogni tribù dovrà partire un guerriero la cui anima perirà in questo ciclo lunare e rinascerà per la grande battaglia.

Le donne presero i loro figli maschi, dodici fanciulli vennero radunati al pozzo sacro, vennero immersi nelle acque pure e ad ognuno di loro venne fatto bere l'abbakarath, il fluido magico che per 4 notti e 5 giorni avrebbe costretto nel sogno dell'incubazione i dodici bambini del popolo di Gall. Uno di quei fanciulli non rinvenne mai dal suo torpore, gli Dei del cielo lo trassero con se aspettando l'arrivo di un popolo nemico per restituire all'isola verde il suo guerriero.

La madre prese suo figlio e seduta sullo sgabello a tre piedi ondeggiò cantando l'ukkarath, stringendo quelle carni che portate via dal vento si trasformavano in cenere. Il padre Aran osservò il figlio con occhi orgogliosi e tristi e nel bronzo impresse la madre e l'ucciso, mentre ancora nel vento si sente la madre cantare nell'ukkarath il nome del figlio. Amsicora.... Amsicora....Amsicora...


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