Jaseppa Maria portava lunghi capelli
neri intrecciati sulla schiena e questi erano il suo unico diritto,
perché all'infanzia e alla vita dovette presto rinunciare.
Era nata in una piccola casetta di
pietra grezza, in un paese di strade polverose, di orti e di vigneti
ed era nata da una “donnona” alta e bionda che con le sue mani
ruvide e contadine aveva accolto al mondo undici figli.
Le giornate si riflettevano nei vetri
sottili della loro casetta, le figlie più grandi accudivano i
fratelli più piccoli e chi a otto anni era già in età da lavoro
veniva portato a giocare con la terra, a veder crescere le piante, ad
aiutare nel raccolto, ad imparare il mestiere.
Le lancette del tempo passavano, sui
profumi dei pomodori ricoperti di terra, sugli scarti del raccolto
incollati alle suole di cartone dei contadini, sui solchi fangosi dei
volti alla sera, sul pezzo di polenta diviso all'imbrunire.
Jaseppa Maria cantava e intrecciava i
capelli alle sorelle, cantava e rammendava, cantava e accudiva i più
piccoli, cantava e sorrideva, cantava e cresceva.
Solo alla sera la mamma avvertiva: “-
Bambini, zitti zitti sta tornando vostro padre” e Jaseppa si
zittiva con le creature accanto, per sentir, nell'attraversare
l'uscio, quei passi lenti sorreggersi sulle parole storte e ubriache
del padre. E Francischeddhu così rientrava a casa, e come bronzo
ossidato dalla terra si adagiava come un'isola galleggiante in quel
mare di bambini; era un uomo buono mandato orfano a sei anni a tener
le mandrie, al quale in cambio del seno materno venne data la
borraccia di vernaccia. Crebbe come uomo dedito al lavoro e al bere e
divenne padre e bevitore e morì vecchio, tra un soffio di Launeddas
e l'ennesimo bicchiere.
Il profumo del mosto padroneggiava tra
le vie, le raccolte si facevano pesanti e arrivata la cena, la
casetta di Antonia e Francischeddhu si riempiva di giovani e bambini,
di lavoratori promessi al pane e al vino prima del giochi di carte
della notte. In questo via vai di di vita quotidiana, lo sguardo dei
giovanotti si adagiava su Jaseppa, sui suoi capelli neri e spessi,
sui suoi occhi allungati e fenici, sulle sue braccia lunghe e
sottili con le quali spesso nascondeva i suoi nuovi seni incerti.
Un pomeriggio di settembre, per la
prima volta ,Jaseppa si fece accarezzare e a tredici anni, ancora
bambina, giocò ad esser donna; si lasciò andare ad un ragazzo più
grande che con occhi azzurri la convinse a farsi amare sotto i
movimenti sicuri del suo corpo.
Luigi, era un ragazzo alto e rossiccio
figlio di pescatori e contrabbandieri, amico di Francischeddhu per
carte e bevute; si presentava nella loro casa e ammirava la figlia,
la desiderava nell'ascoltare il suo canto per i fratellini e
attendeva che sua moglie, morente di tubercolosi, ultimasse la sua
pena per sposarsi con la bella figlia di Francischeddhu.
Jaseppa si lasciò amare a tredici
anni, bambina rimase incinta prima ancora di esser donna. Partorì
minuta, in una serata invernale tra le stesse lenzuola umide nelle
quali poco più di dieci anni prima erano nati lei e i suoi fratelli.
Si contorse con il suo corpo ancora immaturo e mentre la sua naturale
sofferenza le avrebbe portato una nuova vita tra le braccia,
dall'altro lato del paese in un'altra casetta scalcinata, giaceva
sottile e bianca la prima moglie di Luigi. Nel letto aspettava malata
il ritorno del marito divenuto padre in un'altra famiglia, nella
desiderosa attesa di rivederlo solcar il portone, lo malediceva
ridente, lo malediceva nel battere della malattia contro il suo petto
e man mano che le febbri le levigavano il viso sorrideva e malediva
l'altra sposa bambina. Finché dalla chiesa del paese non risuonò
il tocco finale della morte seguito dalle campane in festa dello
sposalizio.
Jaseppa continuò ad essere amata nella
carne, sotto la camicia da notte sottile di cotone, in una casetta in
pietra grezza come quella natia, con un grande letto in ferro
battuto, poche stoviglie di corredo e la solita treccia scura sulle
spalle. E in quell'umile dimensione imparò ad esser donna come la
madre: la vita era un susseguirsi di raccolti, di miseri pasti, di
lenzuola lavate al fiume, di creature da crescere. A vent'anni
Jaseppa era madre di cinque figli, i maschietti rossicci e arroganti
andavano per mare con il padre e le bambine grandi si prendevano cura
delle piccole.
Jaseppa divenne madre nove volte e i
suoi occhi fenici smisero di navigare e il suo canto si smarrì nelle
notti infinite sotto il respiro affannoso e ubriaco del marito. Non
c'era più il tempo nemmeno per esser genitori, si poteva solo
lavorare per poter sfamare quelle vite e ogni bambino nasceva
genitore del fratellino successivo e nessuna carezza poteva essere
pretesa.
Marieddha, la figlia più grande
cresceva come Jaseppa, cantava e rammendava, cantava e intrecciava i
capelli alle sorelle, cantava e accudiva i fratelli più piccoli,
cantava cresceva e sorrideva. Alla sera anche lei ubbidiva al
silenzio imposto dalla madre, Luigi rientrava ubriaco dalle partite a
carte, e stretta ai fratellini temeva il respiro affannoso del
padre, le sue parole malvagie, il suo sguardo azzurro arrossato dal
vino.
Jaseppa a tredici anni era diventata
donna dando la vita a Marieddha e tredici anni dopo anche Marieddha
divenne donna, lasciando per sempre la sua infanzia nella tosse nera
della madre.
Nella tubercolosi che decimava quel
paesino di vigneti, si spense un giorno Jaseppa, distesa con i suoi
zigomi alti e fieri dentro il vestito lungo della domenica, con la
sua treccia sbiancata sulle spalle.
Marieddha vestì tutti i fratellini e
le sorelline, li pettinò , gli pulì il visto, prese tra le braccia
la sorellina più piccola di sei mesi e tutti in processione, uno
dietro l'altro, accompagnarono la madre, incoscienti quel giorno, di
dover dire addio anche al padre il quale non avrebbe mai più
ripercorso il tragitto verso casa. Luigi, abbandonò quelle nove
creature nell'ingenua libertà del giocare ad esser grandi.
E questi ometti e queste donnine
divennero adulti sulle loro coste burrascose, negli orti sudati di
lavoro, nei giochi di carte, nei bicchieri di vino e negli amori
nascosti dall'omertà paesana. Quando la vecchiaia arrivò e le
loro vite finirono nel calore e nell'affetto delle loro case e dei
loro cari, Jaseppa ritornò da ognuno dei suoi nove figli e con la
sua treccia nera, i suoi occhi fenici, i suoi zigomi marcati, regalò
ad ognuno di loro il suo canto con la sua voce ritornata bambina.
Kaitlyn Maring
Nessun commento:
Posta un commento