venerdì 27 gennaio 2012

Jaseppa


Jaseppa Maria portava lunghi capelli neri intrecciati sulla schiena e questi erano il suo unico diritto, perché all'infanzia e alla vita dovette presto rinunciare.
Era nata in una piccola casetta di pietra grezza, in un paese di strade polverose, di orti e di vigneti ed era nata da una “donnona” alta e bionda che con le sue mani ruvide e contadine aveva accolto al mondo undici figli.
Le giornate si riflettevano nei vetri sottili della loro casetta, le figlie più grandi accudivano i fratelli più piccoli e chi a otto anni era già in età da lavoro veniva portato a giocare con la terra, a veder crescere le piante, ad aiutare nel raccolto, ad imparare il mestiere.
Le lancette del tempo passavano, sui profumi dei pomodori ricoperti di terra, sugli scarti del raccolto incollati alle suole di cartone dei contadini, sui solchi fangosi dei volti alla sera, sul pezzo di polenta diviso all'imbrunire.
Jaseppa Maria cantava e intrecciava i capelli alle sorelle, cantava e rammendava, cantava e accudiva i più piccoli, cantava e sorrideva, cantava e cresceva.
Solo alla sera la mamma avvertiva: “- Bambini, zitti zitti sta tornando vostro padre” e Jaseppa si zittiva con le creature accanto, per sentir, nell'attraversare l'uscio, quei passi lenti sorreggersi sulle parole storte e ubriache del padre. E Francischeddhu così rientrava a casa, e come bronzo ossidato dalla terra si adagiava come un'isola galleggiante in quel mare di bambini; era un uomo buono mandato orfano a sei anni a tener le mandrie, al quale in cambio del seno materno venne data la borraccia di vernaccia. Crebbe come uomo dedito al lavoro e al bere e divenne padre e bevitore e morì vecchio, tra un soffio di Launeddas e l'ennesimo bicchiere.
Il profumo del mosto padroneggiava tra le vie, le raccolte si facevano pesanti e arrivata la cena, la casetta di Antonia e Francischeddhu si riempiva di giovani e bambini, di lavoratori promessi al pane e al vino prima del giochi di carte della notte. In questo via vai di di vita quotidiana, lo sguardo dei giovanotti si adagiava su Jaseppa, sui suoi capelli neri e spessi, sui suoi occhi allungati e fenici, sulle sue braccia lunghe e sottili con le quali spesso nascondeva i suoi nuovi seni incerti.
Un pomeriggio di settembre, per la prima volta ,Jaseppa si fece accarezzare e a tredici anni, ancora bambina, giocò ad esser donna; si lasciò andare ad un ragazzo più grande che con occhi azzurri la convinse a farsi amare sotto i movimenti sicuri del suo corpo.
Luigi, era un ragazzo alto e rossiccio figlio di pescatori e contrabbandieri, amico di Francischeddhu per carte e bevute; si presentava nella loro casa e ammirava la figlia, la desiderava nell'ascoltare il suo canto per i fratellini e attendeva che sua moglie, morente di tubercolosi, ultimasse la sua pena per sposarsi con la bella figlia di Francischeddhu.
Jaseppa si lasciò amare a tredici anni, bambina rimase incinta prima ancora di esser donna. Partorì minuta, in una serata invernale tra le stesse lenzuola umide nelle quali poco più di dieci anni prima erano nati lei e i suoi fratelli. Si contorse con il suo corpo ancora immaturo e mentre la sua naturale sofferenza le avrebbe portato una nuova vita tra le braccia, dall'altro lato del paese in un'altra casetta scalcinata, giaceva sottile e bianca la prima moglie di Luigi. Nel letto aspettava malata il ritorno del marito divenuto padre in un'altra famiglia, nella desiderosa attesa di rivederlo solcar il portone, lo malediceva ridente, lo malediceva nel battere della malattia contro il suo petto e man mano che le febbri le levigavano il viso sorrideva e malediva l'altra sposa bambina. Finché dalla chiesa del paese non risuonò il tocco finale della morte seguito dalle campane in festa dello sposalizio.
Jaseppa continuò ad essere amata nella carne, sotto la camicia da notte sottile di cotone, in una casetta in pietra grezza come quella natia, con un grande letto in ferro battuto, poche stoviglie di corredo e la solita treccia scura sulle spalle. E in quell'umile dimensione imparò ad esser donna come la madre: la vita era un susseguirsi di raccolti, di miseri pasti, di lenzuola lavate al fiume, di creature da crescere. A vent'anni Jaseppa era madre di cinque figli, i maschietti rossicci e arroganti andavano per mare con il padre e le bambine grandi si prendevano cura delle piccole.

Jaseppa divenne madre nove volte e i suoi occhi fenici smisero di navigare e il suo canto si smarrì nelle notti infinite sotto il respiro affannoso e ubriaco del marito. Non c'era più il tempo nemmeno per esser genitori, si poteva solo lavorare per poter sfamare quelle vite e ogni bambino nasceva genitore del fratellino successivo e nessuna carezza poteva essere pretesa.
Marieddha, la figlia più grande cresceva come Jaseppa, cantava e rammendava, cantava e intrecciava i capelli alle sorelle, cantava e accudiva i fratelli più piccoli, cantava cresceva e sorrideva. Alla sera anche lei ubbidiva al silenzio imposto dalla madre, Luigi rientrava ubriaco dalle partite a carte, e stretta ai fratellini temeva il respiro affannoso del padre, le sue parole malvagie, il suo sguardo azzurro arrossato dal vino.
Jaseppa a tredici anni era diventata donna dando la vita a Marieddha e tredici anni dopo anche Marieddha divenne donna, lasciando per sempre la sua infanzia nella tosse nera della madre.
Nella tubercolosi che decimava quel paesino di vigneti, si spense un giorno Jaseppa, distesa con i suoi zigomi alti e fieri dentro il vestito lungo della domenica, con la sua treccia sbiancata sulle spalle.
Marieddha vestì tutti i fratellini e le sorelline, li pettinò , gli pulì il visto, prese tra le braccia la sorellina più piccola di sei mesi e tutti in processione, uno dietro l'altro, accompagnarono la madre, incoscienti quel giorno, di dover dire addio anche al padre il quale non avrebbe mai più ripercorso il tragitto verso casa. Luigi, abbandonò quelle nove creature nell'ingenua libertà del giocare ad esser grandi.
E questi ometti e queste donnine divennero adulti sulle loro coste burrascose, negli orti sudati di lavoro, nei giochi di carte, nei bicchieri di vino e negli amori nascosti dall'omertà paesana. Quando la vecchiaia arrivò e le loro vite finirono nel calore e nell'affetto delle loro case e dei loro cari, Jaseppa ritornò da ognuno dei suoi nove figli e con la sua treccia nera, i suoi occhi fenici, i suoi zigomi marcati, regalò ad ognuno di loro il suo canto con la sua voce ritornata bambina.

Kaitlyn  Maring

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